Riprese video con Ronin: ottima invenzione, ma attenzione a non abusarne
- Gianni Canton
- 23 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Premessa importante: questa è semplicemente una mia opinione personale.
Il Ronin, così come gli altri gimbal elettronici, è probabilmente una delle invenzioni più interessanti degli ultimi anni nel mondo del videomaking. Permette di ottenere movimenti estremamente fluidi, immagini stabili e una sensazione di immersione che fino a qualche anno fa richiedeva attrezzature molto più costose e complesse.
Detto questo, credo anche che sia uno strumento del quale oggi si abusa un po' troppo.
Personalmente mi piace utilizzarlo poco.
Anzi, direi che mi piace soprattutto quando lo spettatore quasi non si accorge della sua presenza.

Il movimento deve avere un motivo
Uno dei principi che cerco sempre di seguire nella realizzazione di un video è abbastanza semplice: se la camera si muove, deve esserci una ragione.
Una camera ferma trasmette osservazione, controllo, precisione.
Una camera in movimento introduce dinamica, accompagna il racconto, può aumentare l'immersione dello spettatore.
Ma se tutto il video è in continuo movimento, il rischio è che il movimento stesso perda valore.
Spesso vedo eventi, matrimoni o produzioni corporate interamente girate con il Ronin. Il risultato finale, almeno secondo il mio gusto personale, può diventare piuttosto fastidioso.
Si crea una sensazione continua di galleggiamento, quasi da videogioco, che alla lunga rischia di distrarre più che coinvolgere.
Le inquadrature diventano meno precise
Un altro aspetto che personalmente considero importante riguarda la costruzione dell'inquadratura.
Quando si lavora con una camera su cavalletto o anche a mano libera, si tende a prestare molta attenzione alla composizione:
linee;
simmetrie;
sfondi;
profondità;
punti di interesse.
Con il Ronin, soprattutto se utilizzato in modo costante, spesso si entra in una modalità operativa molto diversa.
Ci si concentra sul movimento.
Si cerca di seguire un soggetto, di camminare, di orbitare attorno a una persona o di creare un passaggio fluido.
Ma proprio perché ci si muove continuamente, non sempre si riesce a mantenere quell'accuratezza compositiva che una buona inquadratura richiederebbe.
Naturalmente esistono operatori bravissimi che riescono a fare entrambe le cose contemporaneamente.
Io però trovo che, nella pratica quotidiana, questo equilibrio sia piuttosto difficile da mantenere.
Si perde il montaggio in camera
Un altro elemento che personalmente apprezzo molto è il cosiddetto montaggio in camera.
Quando giro un video cerco già di pensare:
agli attacchi;
agli stacchi;
alle variazioni di campo;
ai raccordi;
al ritmo del montaggio finale.
Girare quasi esclusivamente con il Ronin tende invece a produrre tante clip lunghe, continue e molto simili tra loro.
Questo spesso limita la possibilità di costruire un montaggio realmente dinamico.
A mio avviso un buon montaggio nasce già durante le riprese.
Bisogna lasciare spazio:
a un dettaglio;
a un primo piano;
a un campo largo;
a una pausa visiva;
a un'inquadratura fissa.
Sono questi cambi di ritmo che aiutano a costruire una narrazione più efficace.
Uno strumento da usare con equilibrio
Non sto dicendo che il Ronin sia uno strumento sbagliato.
Tutt'altro.
Lo considero una risorsa straordinaria.
Penso semplicemente che, come accade spesso nella comunicazione visiva, la differenza non la faccia tanto lo strumento quanto il modo in cui viene utilizzato.
Un movimento ben inserito nel momento giusto può valorizzare enormemente una scena.
Un utilizzo continuo, invece, rischia di trasformarsi in un esercizio estetico fine a se stesso.
Alla fine, almeno per quanto mi riguarda, continuo a preferire un approccio più misurato.
Mi piace che il movimento abbia un senso.
Mi piace che l'inquadratura sia pensata.
Mi piace costruire già durante le riprese il montaggio che immagino nella mia testa.
E forse è proprio questo il punto: il Ronin dovrebbe essere uno strumento al servizio del racconto, non il racconto stesso.
Ripeto, è soltanto una mia opinione personale. Ma nel videomaking, come in molte altre discipline creative, anche il confronto tra punti di vista diversi fa parte del percorso di crescita professionale. (Gianni Canton)



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